Infermieri di parrocchia. Un progetto con molte ombre

29 agosto 2019
Gentile Direttore,
ha avuto molto risalto la notizia della stipula di una intesa tra l’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Conferenza episcopale italiana e l’azienda sanitaria locale Roma 1 in merito alla istituzione di un “infermiere di parrocchia”.

La notizia è effettivamente una novità e non ho memoria che sia mai stata discussa a livello nazionale. Eravamo e siamo impegnati a discutere dell’applicazione del nuovo contratto collettivo nazionale di lavoro della sanità pubblica con la creazione dell’infermiere specialista ed esperto – con le difficoltà del caso dovute a un contratto qualitativamente non eccelso -, discutiamo in prospettiva di una riforma del sistema formativo con la creazione di specializzazioni degne di questo nome e tanto altro. L’infermiere di parrocchia proprio non era all’orizzonte e si è materializzato con l’accordo in questione.

Dunque: un’azienda sanitaria del Lazio (la Asl Roma 1) stipula un accordo che, a quanto sembra di capire, ha valenza nazionale (è previsto anche in Basilicata e in Piemonte), e verrà sperimentato in collaborazione con la Conferenza episcopale italiana.

L’infermiere “di parrocchia” vorrebbe essere un infermiere “di comunità” che si pone la finalità di valorizzare “il ruolo delle parrocchie” all’interno di un processo di costruzione della rete assistenziale socio sanitaria di prossimità.

Il progetto è nelle mani dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute – emanazione della Conferenza dei vescovi italiani – che si avvarrà del “supporto tecnico” dell’azienda sanitaria romana.

E’ prevista la predisposizione di un documento che dovrà tenere conto (anche) dei “processi di riorganizzazione in atto nei servizi territoriali del Servizio sanitario nazionale”. Le risorse (umane) verrebbero messe dall’azienda sanitaria locale di Roma che metterà a disposizione il personale infermieristico. Nell’accordo questo punto è meno chiaro, mentre viene bene esplicitato sul sito della pastorale della salute dove si parla esplicitamente di infermieri “inviati” dalla Asl nelle parrocchie.

All’articolo 4 si prevede la costituzione di “un gruppo di coordinamento” che avrà il compito di avviare il progetto anche secondo i “costi definiti” tra la diocesi e le Asl. All’articolo 7 però si specifica che “dall’accordo non derivano obblighi di natura economica tra le parti”.

Verrà inoltre costituita una “Consulta nazionale per i servizi sanitari di prossimità” composta anche da “dodici membri rappresentativi degli Ordini professionali” che saranno di esclusiva nomina della Conferenza episcopale italiana (non quindi dell’ufficio pastorale, bensì direttamente della CEI).

Non è chiarissimo il quadro delle funzioni dell’infermiere di parrocchia che saranno definite nei documenti di accordo con riferimento al “profilo professionale che deve caratterizzare gli operatori del Servizio sanitario nazionale coinvolti”.

Data la novità delle situazioni proposte provo a fare una serie di riflessioni:

    a)    un’azienda sanitaria di Roma stipula un accordo per creare una figura inesistente nel panorama italiano (e nemmeno mai pensata) con il personale del Servizio sanitario nazionale anche “nell’ambito dei processi di riorganizzazione”. Le aziende sanitarie locali intendono spogliarsi dei compiti istituzionali di assistenza sul territorio per delegare le proprie attività alla Chiesa cattolica?;

    b)    gli ambiti di attività dell’infermiere di parrocchia potranno essere i più vari. Nelle parrocchie ci sono i gruppi giovanili, le coppie, gli anziani ecc. L’infermiere di parrocchia interverrà, verosimilmente in tutti questi ambiti con particolare riferimento agli “irraggiunti” dal Servizio sanitario nazionale per “favorire azione di promozione della salute e il benessere della comunità” e dovrà essere anche un “facilitatore”. Dato che sono note le posizioni bioetiche della Conferenza episcopale l’infermiere di parrocchia (dipendente del Servizio sanitario nazionale) potrà fare attività di educazione alla sessualità attraverso la promozione della contraccezione e per le attività sulla procreazione consapevole (attività che rientra tra gli obiettivi del Servizio sanitario nazionale – art. 2 legge 833/78)?

Per l’assistenza agli anziani o comunque ai “parrocchiani” malati si rispetteranno le norme della recente legge sul consenso informato e sul testamento biologico che ha visto una forte opposizione della Chiesa cattolica italiana? Si rispetteranno le norme del recente codice deontologico dell’infermiere in merito all’autonomia del paziente e all’obbligo di non discriminare le persone in base al loro orientamento sessuale? Si assisteranno anche le coppie omosessuali e unite (o non unite) civilmente?;

c) cosa si intende per “definizione del profilo professionale che deve caratterizzare gli operatori del Servizio sanitario nazionale coinvolto”? E’ evidente che non si faccia riferimento al profilo professionale dell’infermiere di cui al decreto ministeriale 739/94. E’ chiaro che si faccia riferimento invece alle posizioni bioetiche dell’infermiere stesso. Si chiede il profilo di un infermiere schierato che anteponga la propria fede all’esercizio professionale, alle leggi e al codice deontologico?;

d) stupisce che un’azienda sanitaria locale che ha per mandato istituzionale quello di garantire i livelli essenziali di assistenza in ambito territoriale e in modo universale, appalti di fatto una parte dell’assistenza infermieristica dovuta per legge e solo per una parte della popolazione con risorse provenienti dal Servizio sanitario nazionale (in una Regione, tra l’altro, superindebitata, in piano di rientro e che non brilla per il rispetto dei LEA). Stupiscono i criteri che sono sottesi alla scelta degli infermieri che andranno a curare i “parrocchiani” (in luogo dei cittadini) e che saranno diversi dai criteri per l’accesso al pubblico impiego;

e) stupisce che venga costituita una “Consulta nazionale” dove vi saranno dodici “membri rappresentativi degli ordini professionali” che supponiamo di dodici diversi ordini (il 12% del totale!) nominati (cooptati quindi) dalla Conferenza dei vescovi; mi auguro, come presidente di un ordine interprovinciale, ma anche come cittadino, una presa di posizione della Fnopi quanto meno per la parte che coinvolge l’istituzione ordinistica. A pochi mesi dall’approvazione del nuovo codice deontologico si creano i presupposti per un’assistenza totalmente contraria: settorializzata, non universale, con infermieri scelti in base alle proprie idee e alla propria fede religiosa e con rappresentanti dell’istituzione ordinistica scelti a insindacabile giudizio della Conferenza dei vescovi. Vi sarà molto da vigilare sul piano disciplinare;

f) l’accordo è escludente. Tutti coloro che non frequentano le parrocchie in quanto credenti di altre fedi, atei/agnostici o semplicemente non praticanti risultano esclusi da questo ambito che viene svolto con soldi provenienti dal Servizio sanitario nazionale. Anche la laicità del servizio viene meno.

Viene inoltre da domandarsi quante risorse verranno impiegate (e sottratte quindi da altri settori) tenendo conto che solo nella città di Roma vi sono più di 300 parrocchie? Saranno distaccati dai distretti o saranno assunti ex novo?

E’ chiaro che non sto stigmatizzando la possibilità di rivolgersi a soggetti diversi dalle strutture del Servizio sanitario nazionale per l’assistenza territoriale. In Lombardia vige il sistema dei voucher e dell’erogazione dell’assistenza territoriale da parte di erogatori privati con soldi pubblici, ma non vi sono differenze tra cittadini, tra fedi religiose e appartenenze come il sistema dell’infermiere di parrocchia prefigura.

In un contesto complesso multiculturale, multietnico e multireligioso come quello italiano – l’8% della popolazione è straniera – l’accordo sull’infermiere di parrocchia copre volutamente una parte della popolazione (per altro oggi minoritaria come i praticanti cattolici) e esclude l’altra.

Ci dobbiamo attendere, come prossimo sviluppo, anche l’infermiere di sinagoga, di moschea o di altri luoghi di culto acattolici?

Da presidente di ordine professionale che rappresenta sia i cittadini che gli infermieri (tutti e senza distinzione di fede) non posso che auspicare che questo accordo rimanga circoscritto alla improvvida iniziativa della Asl romana e che, comunque, non coinvolga, in alcun modo le rappresentanze ordinistiche (OPI e FNOPI).
 
Pasqualino D’Aloia
Presidente Ordine delle professioni infermieristiche di Milano, Lodi, Monza e Brianza


Fonte: Quotidiano Sanità